La terra è piatta.

Non so se l’avete visto, ma recentemente è uscito un bel documentario sui terrapiattisti, prodotto da una celebre piattaforma di streaming online. Tale documentario, poco fantasiosamente, è stato chiamato “La Terra è piatta”.

È veramente un documento interessantissimo e che consiglio a tutti, dotato di una solida impostazione scientifica e di un bel pensiero di fondo: chi crede che la Terra sia piatta non è (almeno tendenzialmente) tale né perché sia più stupido degli altri né perché sia incolto. Si tratta solo una questione di metodo, di approccio critico al sapere e di maggiore o minore volontà di mettere davvero in discussione ciò in cui si crede.

Ed è QUESTO a distinguere scienza e credenze.

Insomma, si tratterebbe di persone che hanno ricevuto, o che si sono date, una forma di diseducazione metodologica al ragionamento; persone che forse hanno un po’ perso l’oriente nella gigantesca messe di informazioni che popola la nostra epoca.

Ma ad avermi colpito tanto, è stato l’approccio di fondo di alcuni ricercatori intervenuti nel documentario, fortemente critici verso una visione un po’ noncurante e scarsamente inclusiva del sapere accademico. Che forse all’insorgere di questi fenomeni contribuisce, pur non volendolo, più di quanto si possa pensare.

La conclusione di tutto? Beh, di fatto è un invito e al contempo una dimostrazione per paradosso. Volete sconfiggere un terrapiattista al suo stesso gioco? Provate a chiedere quali evidenze considererebbe effettivamente capaci di falsificare le sue teorie; quindi cercate di fornirgliele.

Scoprirete che o le sue non sono nemmeno teorie (in quanto non falsificabili ab origine) oppure che, appena fornite le risultanze, test e tester diventeranno immediatamente l’oggetto stesso della supposta teoria (ad esempio: “tu sei in combutta con i cospiratori mondiali”), dando vita ad un loop di non-falsificabilità. Senza fine.

A volte mi sembra che sempre più in quest’epoca di illuminata scienza condivisa, si faccia largo una sorta di nuovo “Medioevo tecnologico”, che reca con sé da un lato una dilagante irrazionalità e anti-scientificità, mentre dall’altro lato si palesa con forza il desiderio di correre a rinchiudere il sapere in fin troppo alte torri d’avorio.

Ebbene, amici miei, non fatelo. MAI! Non rinchiudete il sapere, nemmeno per proteggerlo. Che il pensiero analitico sia lo strumento per comprendere il mondo, ma che dialettica e retorica siano le armi con le quali diffonderlo e difenderlo.

Perché il primo, senza i secondi, non ha maggior valore, per l’umanità, del fornire la soluzione ad uno splendido e complessissimo, ma solitario, sudoku.

Magari pure fatto online…

Showing 2 comments

  1. Paolo Morini

    La diffusione di idee “terrapiattiste” è secondo me la punta dell’iceberg di una tendenza più ampia a convincere le persone che è molto meglio credere che capire. Credere in fondo ci fa stare meglio che capire, perché il capire oggi vuol dire affrontare una complessità che non si fa domare da risposte semplici. Nulla di nuovo in questo, Italo Calvino nelle Città Invisibili, ci parla dell’inferno dei viventi: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

    • Luca Zanchetta [TS Italia]

      Ciao Paolo, ti chiedo scusa per il ritardo con cui ti mando questa replica: il sistema mi suggeriva il tuo commento erroneamente come spam….

      Trovo il tuo ragionare con Calvino assolutamente cristallino e perfettamente calzante. E credo che il progressivo decadimento della scuola come istituzione, pubblica e privata, a prescindere da ogni valutazione sulla genesi di tale fenomeno (in larga parte sociale e universale), sia una parte significativa del problema. Così facendo questo mondo sta perdendo lo spirito critico che normalmente lo anima, in particolare attraverso i giovani, che nel nostro tempo sono fin troppo spesso disillusi e frustrati, più che sognanti ed energici, come forse dovrebbe essere. Tale spirito è alla base della loro (e quindi comune) capacità di contestare l’esistente ed è a sua volta fondato sulla piena comprensione della realtà che ci circonda tutti.

      Senza la quale una cultura, la cultura, rischia di scadere nell’immobilismo.

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