Come fare ottime fotografie del Sole in H-alpha con una camera a colori

Fotografare il Sole attraverso un telescopio solare in H-alpha è una delle attività più belle e rilassanti dell’astronomia amatoriale, sia per la spettacolarità dei dettagli visibili, sia perché si può fare a qualsiasi ora del giorno (NON della nottee!) in pochi minuti.

Se però tutto fosse davvero facile e immediato, questo mio post si concluderebbe ora e non avrebbe neanche avuto senso scriverlo. Purtroppo, quindi, le cose sono leggermente diverse.

Un telescopio solare in H-alpha (o in altre lunghezze d’onda, come il calcio) mostra solo una piccolissima finestra di luce, che di fatto è monocromatica. Questo lo possiamo notare quando facciamo osservazioni: in H-alpha il Sole si presenta monocolore, di un rosso intenso privo di sfumature di tonalità. Non potrebbe essere altrimenti poiché non passa nessun’altra lunghezza d’onda se non quella dell’idrogeno Alpha a 656,3 nm. Per questo motivo, se vogliamo ottenere fotografie di ottima risoluzione ed estetica, è fortemente consigliato utilizzare una camera monocromatica e colorare poi la nostra foto in fase di elaborazione, se vogliamo dargli una parvenza di colori (sebbene non corretti perché stiamo lavorando su una sola lunghezza d’onda).

Le camere monocromatiche però non sono tanto diffuse come quelle a colori, soprattutto perché in questa categoria rientrano anche le reflex (molto meglio se modificate!). Cosa accade allora se proviamo a fare una foto (o un filmato) con una camera a colori attraverso un telescopio solare? Che se non stiamo attenti lo scatto sarà da buttare.

Le camere a colori, infatti, hanno dei filtri rossi, verdi e blu direttamente sui pixel del sensore e in questo modo riescono a catturare un’immagine a colori in un unico scatto. Quando lavoriamo però nella regione H-alpha, quindi nel rosso profondo, solo i pixel rossi, che sono solo ¼ del totale, riceveranno una grande quantità di luce: questo porta subito una cospicua perdita di risoluzione. Come se non bastasse, poi, la sorgente monocromatica inganna il software di controllo della fotocamera (e i nostri occhi che guardano lo schermo) restituendoci nella maggioranza dei casi un Sole uniformemente rosso e privo di tutti quei dettagli che risultavano evidenti all’oculare. Questo succede perché se cerchiamo di regolare la giusta luminosità complessiva, andremo per forza di cose a saturare l’immagine nel canale rosso, nonostante a monitor il disco solare ci sembri ancora piuttosto scuro e l’istogramma totale sembrerebbe confermare la nostra sensazione (sbagliando).

Tipica fotografia solare scattata con una camera a colori (scatto singolo di un video). Dove sono finiti i dettagli del disco? E le protuberanze perché sono così deboli? E’ tutta una questione di corretta esposizione…

Tipica fotografia solare scattata con una camera a colori (scatto singolo di un video). Dove sono finiti i dettagli del disco? E le protuberanze perché sono così deboli? E’ tutta una questione di corretta esposizione…

Come possiamo ottenere buone immagini del Sole in H-alpha anche con camere a colori? È possibile?

Certo che è possibile, basta solo applicare la giusta tecnica, che in qualche modo prevede di ingannare il sensore e il software di controllo della camera a colori.

La notizia migliore arriva dalla scarsa qualità della griglia di filtri colorati posta di fronte a ogni sensore a colori: i filtri blu e soprattutto verdi, infatti, sono parzialmente trasparenti alla lunghezza d’onda H-alpha, come si vede nell’immagine precedente, nella quale, a rigore di logica, solo il canale rosso avrebbe dovuto contenere informazione.  Possiamo allora sfruttare a nostro vantaggio questo “difetto”: l’obiettivo è infatti quello di concentrarci sul canale verde, che possiede la migliore risoluzione di tutti (perché i filtri verdi coprono metà del sensore). In fase di elaborazione, poi, estrarremo solo questo come se fosse un’immagine monocromatica da elaborare, dimenticando (quasi) il rosso (saturato) e il blu (troppo debole e con poca risoluzione).

Il punto fondamentale, quindi, è trovare in fase di ripresa la giusta combinazione tra esposizione e guadagno, tale per cui si abbia la corretta luminosità per il canale verde, trascurando quello che succede nel rosso, che sarà sempre saturo. La cosa interessante è che quando raggiungeremo la luminosità corretta per il canale verde l’immagine del Sole ci apparirà, all’improvviso, ricca di colori tendenti al magenta e pullulerà di tutti quei dettagli che prima, curando solo la luminosità del canale rosso, non riuscivamo a scorgere. A questo punto facciamo filmati (se abbiamo camere planetarie) o effettuiamo almeno una trentina di scatti (se abbiamo una reflex) e prepariamoci alla fase di elaborazione.

Eccoli i dettagli che vedevamo anche all’oculare! Con le camere a colori bisogna concentrarci nell’ottenere la giusta luminosità per il canale verde, saturando il rosso. In questo modo vedremo apparire i dettagli sulla nostra immagine e in fase di elaborazione useremo solo il canale verde per estrapolare tutti i dettagli.

Eccoli i dettagli che vedevamo anche all’oculare! Con le camere a colori bisogna concentrarci nell’ottenere la giusta luminosità per il canale verde, saturando il rosso. In questo modo vedremo apparire i dettagli sulla nostra immagine e in fase di elaborazione useremo solo il canale verde per estrapolare tutti i dettagli.

L’allineamento e lo stacking si fanno normalmente come se fosse una comune immagine. Quando avremo l’immagine raw dovremo, prima di fare qualsiasi altra cosa, estrarre il canale verde. L’estrazione del canale verde si può fare con ogni software a partire dall’immagine a colori. Con Photoshop, ad esempio, possiamo aprire l’immagine, posizionarci sul canale verde e fare copia e incolla in una nuova immagine. Con MaxIm DL basta dare il comando “Color –> Split tricolor”. In alternativa, se abbiamo usato Registax per fare la somma dei nostri scatti (con Autostakkert questo “trucco” non funziona), possiamo salvare l’immagine in formato fit e provvederà lui, in automatico, a separare i canali in altrettanti file.

Ora dobbiamo elaborare leggermente la nostra immagine estratta dal canale verde con i soliti filtri di contrasto. Tutti i programmi vanno bene ma presto vi accorgerete che farà la sua comparsa una strana e fastidiosa griglia: si tratta della traccia lasciata dalla matrice di filtri colorati della camera di ripresa. Possiamo eliminare questo difetto all’istante: basta applicare, prima di qualsiasi altra elaborazione, un filtro gaussiano di raggio (circa) 1 pixel. In Photoshop il filtro si trova in “Filtro –> Sfocatura –> Controllo sfocatura” ma consiglio di applicarlo con software dedicati come MaxIm DL, Registax o IRIS; quest’ultimo è il migliore. Con questa operazione preliminare saremo in grado di applicare filtri di constrasto (maschere sfocate o wavelet) in modo molto più efficace.

Effetto di un filtro gaussiano su un'immagine solare ottenuta con una camera a colori ed estratta dal canale verde. In questo modo si ridimensiona moltissimo l'effetto della griglia di filtri posta sopra il sensore.

Effetto di un filtro gaussiano su un’immagine solare ottenuta con una camera a colori ed estratta dal canale verde. In questo modo si ridimensiona moltissimo l’effetto della griglia di filtri posta sopra il sensore.

 

Con l’immagine del canale verde elaborata ci accorgeremo presto che le protuberanze sembreranno spente e deboli. In questo caso ci viene in aiuto il vantaggio di aver fatto foto con una camera a colori, perché non dovremo fare una nuova ripresa sovraesposta per il disco per estrapolare il segnale delle protuberanze, ma basterà recuperare il canale rosso della nostra immagine di partenza a colori. Se il disco è saturo, le protuberanze si dovrebbero vedere molto bene e a questo punto potremmo trasferire questa informazione sulla nostra immagine estrapolata dal canale verde (e già elaborata) per ottenere una fotografia solare completa, con dettagli della cromosfera e delle protuberanze.

Vediamo il tutto con un esempio pratico. A questo link potete scaricare i due canali, rosso e verde, estratti da un’immagine a colori ed entrambi elaborati con pochi filtri di contrasto (dopo il solito gaussiano, o filtro sfocatura, di raggio 1 pixel per togliere la griglia di filtri).

Apriamo le immagini in Photoshop e copiamo l’immagine estratta da quello che era il canale rosso sull’immagine che proveniva dal canale verde.

Il canale verde conteneva dettagli del disco, quello rosso le protuberanze. Possiamo prendere il meglio da entrambe le immagini senza sacrificare nulla. Copiamo l’immagine che era stata estratta dal canale rosso sopra quella che era stata estratta dal canale verde.

Il canale verde conteneva dettagli del disco, quello rosso le protuberanze. Possiamo prendere il meglio da entrambe le immagini senza sacrificare nulla. Copiamo l’immagine che era stata estratta dal canale rosso sopra quella che era stata estratta dal canale verde.

Poniamo l’opacità di questo nuovo livello a zero e spostiamoci sul livello di sfondo rappresentato dal fu canale verde. Con lo strumento bacchetta magica e tolleranza alta, tipicamente tra 50 e 100 (in questo caso ho usato 80) clicchiamo in un punto qualsiasi del fondo cielo. Magicamente si formerà una selezione attorno al disco solare che non includerà le protuberanze.

Dobbiamo selezionare tutto tranne il disco, comprendendo nella selezione anche le eventuali deboli protuberanze del nostro originario canale verde.

Dobbiamo selezionare tutto tranne il disco, comprendendo nella selezione anche le eventuali deboli protuberanze del nostro originario canale verde.

A questo punto il gioco è semplice: sfumiamo la selezione di un pixel. Ora spostiamoci sul livello contenente l’immagine proveniente dal canale rosso (senza aumentarne l’opacità), facciamo copia (ctrl+c) e incolla (ctrl+v) e la “magia” è completa: comparirà un nuovo livello contenente solo la parte esterna della cromosfera, con le protuberanze ben visibili!

Un anello di fuoco attorno al Sole: sono comparse le protuberanze che erano tanto evidenti in quello che era il canale rosso della nostra foto.

Un anello di fuoco attorno al Sole: sono comparse le protuberanze che erano tanto evidenti in quello che era il canale rosso della nostra foto.

Giochiamo un po’ con l’opacità per regolare la luminosità di questo anello attorno al nostro Sole e poi uniamo i livelli. La nostra immagine è completa. Potremo volerla colorare, ma su questo argomento tornerò con un post adatto, così anche chi utilizza camere monocromatiche potrà trovare ottimi spunti per rendere ancora più bella ogni immagine solare. Nel frattempo, avete idee/suggerimenti su come come dare il colore alla nostra immagine solare in H-alpha, prima che vi sveli la mia ricetta preferita?

In questo caso ho impostato l’opacità del livello con le protuberanze al 53% e regolato le curve per far vedere bene le protuberanze più deboli ma senza creare un vistoso e brutto effetto di anello di fuoco attorno al Sole.

In questo caso ho impostato l’opacità del livello con le protuberanze al 53% e regolato le curve per far vedere bene le protuberanze più deboli ma senza creare un vistoso e brutto effetto di anello di fuoco attorno al Sole.

Come correggere le stelle allungate nelle nostre foto

Quante volte vi è successo di litigare con l’inseguimento del telescopio o con l’autoguida che sembra dotata di una propria, sadica, intelligenza e che ogni tanto si diverte a far uscire le stelle mosse sulle nostre sudatissime foto? Di solito, presi anche dallo sconforto, si prendono gli scatti rovinati e si buttano ma quest’operazione, viste le difficoltà affrontate per ottenere quegli scatti, non dovrebbe mai essere fatta alla leggera.

Per fortuna nella maggioranza dei casi possiamo recuperare le nostre foto, a patto che le stelle abbiano ancora una parvenza di astri puntiformi e non siano delle linee lunghe decine di pixel.

Ci sono due modi di aggredire questo problema, in base a quanto è grave:

 

Su una sessione di ripresa solo un paio di scatti mostrano stelle un po’ allungate, mentre gli altri sono tutti buoni. In questo caso una scuola di pensiero dominante prevede di non includere i pochi scatti venuti male nella somma. In realtà, se non vogliamo perdere neanche un po’ del sudato segnale, possiamo includere nella somma anche le poche immagini non perfette, a patto che le combiniamo con un algoritmo del tipo “Sigma Clip”. In pratica, al di là dell’interpretazione prettamente matematica, questo modo di mediare gli scatti tende a escludere tutti quei dettagli transienti che non compaiono nella maggioranza degli scatti. In questo modo possiamo includere immagini attraversate da aerei e satelliti senza che questi diventino visibili sull’immagine grezza da elaborare e anche nel caso di stelle non perfettamente puntiformi il difetto non verrà mostrato, se la maggioranza delle foto incluse nella somma avrà stelle perfette.

 

Tutte le foto che vogliamo sommare presentano stelle leggermente allungate. Questo è il caso più disperato, in cui tutti vorrebbero buttare il lavoro di una notte. Per fortuna a tutto (o quasi) c’è rimedio. Intanto usiamo tutti gli scatti per fare la somma e ricavare l’immagine grezza, che naturalmente in questa situazione mostrerà anch’essa le stelle leggermente allungate. A questo punto elaboriamola come se niente fosse, facendo stretch, regolando colori e chi più ne ha più ne metta. Come atto finale, poi, cerchiamo di porre rimedio a quelle brutte stelle allungate. Se l’immagine ha un grande formato, come quello tipico delle reflex, possiamo ridurre il difetto riducendo le dimensioni dell’immagine anche del 50%. I sensori da diversi milioni di pixel ci consentiranno ancora di avere un’immagine di generose dimensioni, più incisa, con meno difetti, tra cui stelle di certo meno allungate. Se il difetto persiste, o se non abbiamo grossi sensori da poterci permettere di perdere metà dei pixel, possiamo attaccare il problema in modo più creativo. Spesso una leggera deconvoluzione mitiga il brutto effetto, ma è complicata da usare e richiede immagini con ottimo segnale. Esiste un metodo, più semplice ed efficace, che si può attuare manualmente con Photoshop o qualsiasi altro programma di elaborazione grafica, in pochi ma efficaci modi:

  • Apriamo la nostra immagine in Photoshop;
  • Ruotiamola in modo che l’allungamento delle stelle sia perfettamente verticale o orizzontale. Questa operazione è fondamentale: se l’allungamento è diagonale potremo avere molti più problemi del previsto (ma potete, anzi, dovete provare!);
  • Selezioniamo tutta l’immagine, copiamola e incolliamola su un nuovo livello. D’ora in poi lavoreremo su questo;
  • Dobbiamo selezionare le stelle e solo le stelle. Di solito io procedo con lo strumento bacchetta magica con tolleranza attorno a 60 e con click successivi, tenendo premuto il tasto “shift”, seleziono tutte le zone contenenti il fondo cielo. In questo modo, in realtà, si seleziona tutto fuorché le stelle, ma poi con il comando “Selezione –> Inversa” otterremo la selezione sugli astri. Questa operazione è molto comune nell’elaborazione delle fotografie del profondo cielo, poiché si tende a separare l’oggetto e lo sfondo dal campo stellare, che ha caratteristiche che richiedono un’elaborazione differente, per questo motivo la do per scontata in questa situazione (ma magari ci torneremo in qualche post futuro). Nel nostro caso usiamo la selezione delle nostre stelle per fare un mezzo “miracolo”;
  • Dopo aver selezionato le stelle invertendo la selezione faticosamente fatta, espandiamola di un pixel e sfumiamola di altrettanto. A questo punto attorno alle stelle, almeno la grande maggioranza e di certo le più brillanti, quindi le più allungate, avremo tanti piccoli cerchietti. Il “miracolo” avviene nel passo successivo;

 

Selezioniamo le stelle, espandiamo e sfumiamo la selezione di un pixel

Selezioniamo le stelle, espandiamo e sfumiamo la selezione di un pixel

  • Applichiamo un filtro che in pochi conosceranno. Si chiama “Sposta” o “Offset” se abbiamo la versione in inglese. Si trova in “Filtro –> Altro –> Sposta”. Si aprirà una finestra in cui potremo far scorrere due cursori che sposteranno le nostre stelle di una quantità che imposteremo noi. Nel nostro caso dobbiamo spostare il contenuto della selezione di una piccola quantità, quasi sempre un pixel, nella direzione perpendicolare all’allungamento. Se le stelle sono allungate lungo l’asse verticale, dovremo quindi spostare lungo l’asse orizzontale; viceversa se l’allungamento è orizzontale (ecco perché prima ho detto di orientare in modo furbo l’immagine!). Il verso non è importante, quindi è indifferente se impostiamo un valore di +1 o -1. Confermiamo e osserviamo cosa succede: tutte le stelle della nostra selezione si sono spostate di un pixel in una direzione! Ma come può aiutarci questo a correggerne l’allungamento? È nel prossimo punto che avviene la “magia”:
Applichiamo il filtro "Sposta" lungo la direzione perpendicolare all'allungamento

Applichiamo il filtro “Sposta” lungo la direzione perpendicolare all’allungamento

  • Togliamo la selezione e impostiamo il modo di unione di questo livello su “Schiarisci” (in basso a destra, nella scheda “Livelli”; di default è impostato su “Normale”) e osserviamo cosa accade: solo la porzione delle stelle che si trova spostata di un pixel nel livello superiore viene aggiunta al livello inferiore contenente l’immagine originale e le stelle diventano all’improvviso molto più rotonde!
Combiniamo i livelli con il metodo "Schiarisci" e uniamoli: le stelle ora sono molto più rotonde di prima!

Combiniamo i livelli con il metodo “Schiarisci” e uniamoli: le stelle ora sono molto più rotonde di prima!

Abbiamo appena compiuto un’operazione che sembra davvero fantascienza, ma è reale e ben spiegabile, anche se, come è facile intuire, non bisogna abusarne e di certo non bisogna applicarla se vogliamo usare le nostre immagini per scopi scientifici. Si tratta di un mero ritocco estetico che però è in grado di salvare la nostra serata, trasformando un’immagine mediocre con astri allungati in uno scatto che non contiene più neanche il ricordo delle imprecazioni dette durante la serata e nella prima parte dell’elaborazione, quando pensavamo che sarebbe stato tutto da cestinare.

Per far capire quanto sia semplice l’operazione, ho preparato un file immagine di Photoshop contenente una mia foto rovinata da una guida poco precisa. Potete scaricarlo qui e fare pratica. In questo file ho già copiato l’immagine sul livello superiore che useremo per spostare le stelle e già fatto la selezione delle stelle per voi (già espansa e sfumata, quindi non dovete fare nulla): basta caricarla con il comando “Selezione –> Carica selezione” (si chiama “Stelle”). A questo punto applichiamo, al Livello 1, il filtro “Sposta” con movimento di un pixel lungo l’asse orizzontale. Confermiamo e impostiamo il metodo di unione di questo livello su “schiarisci”: improvvisamente vedremo l’immagine sottostante con le stelle molto più rotonde. Uniamo i livelli e salviamo la nostra immagine rinata a una nuova, insperata, vita!

Conoscevate questo metodo? Quali altri espedienti conoscete per porre rimedio a stelle leggermente allungate?

Star Adventurer: prima prova

Un nostro fedele cliente e esperto astrofilo, Fabrizio Marchesan, ha provato la scorsa sera, approfittando di una pausa tra un temporale e l’altro, lo Star Adventure.

Scrive Fabrizio: “Ho montato lo Star Adventure sul treppiede di una HEQ5 che si è ovviamente rivelato una roccia. Lo stazionamento al polo è immediato e preciso grazie al nuovo cannocchiale polare e all’uso di software come polar finder. Ho montato un Canon 70-200 f/4 L su una Canon 350D. La focale usata è stata di 100mm, equivalenti a 160mm sul formato APS-C. La canon è stata equipaggiata con un filtro eos clip cls-ccd e nonostante la presenza della Luna quasi piena ho eseguito pose su NGC7000 da 120s a 180s. L’astroinseguitore è andato oltre le mie aspettative dimostrando solidità e precisione nell’inseguimento. Lo ritengo uno strumento molto valido sopratutto per chi può viaggiare e trovarsi in luoghi veramente bui, portandosi dietro un setup minimale”

NGC7000

Guida fuori asse con le nuove camere di guida

Sempre più spesso mi vengono chiesti consigli su guide fuori asse e camere di guida, specie abbinate in situazioni dove i riduttori di focale regalano ben poco backfocus.

Le prime guide fuori asse erano spesse qualche cm e inoltre il lato camera di guida presenta un filetto T2, per poter montare agevolmente la maggior parte delle camere di guida presenti qualche anno fa.

La gran parte delle guide fuori asse attuali, oltre ad essere molto sottili, permette la rotazione della camera di guida, ma se si usa una reflex, spesso, questo movimento è limitato in quanto va a sbattere contro il corpo macchina. Inoltre portare in una situazione di parafocalità una reflex/ccd e una camera di guida avvitata al filetto T2 non è semplice in quanto spesso bisogna ricorrere alle prolunghe T2 e si va tendenzialmente a tentativi.

Per fortuna l’arrivo della Lodestar ha introdotto il concetto di camera compatta, grazie al barilotto da 31,8mm, che quindi poteva innestarsi come un qualsiasi oculare da 31,8mm. Quindi se si mettesse un portaoculare da 31,8mm sul filetto T2 della guida fuori asse, ecco che la camera di guida per andare a fuoco rispetto alla camera di ripresa, basterebbe muoverla su giù rinunciando a complicate prove con prolunghe T2.

Teleskop Service ha creato il TST2-1-T2s che andando ad avvitarsi sul filetto T2 lato camera della guida fuori asse, consente di montare camere di guida con barilotto da 31,8mm (Lodestar, QHY5II, QHY5L-II) e di metterle a fuoco muovendole delicamente su e giù nel raccordo. Il bloccaggio con anello comandato da viti di blocco garantisce l’assenza di graffi sul corpo della camera.

Inoltre la sensibilità della Lodestar e della QHY5L-II le rende ideali per essere usate con telescopi a lunga focale, come i diffusi SC o RC.

In sostanza si crea un sistema davvero versatile ma soprattutto facile da usare, il che si traduce nel mettere in funzione il sistema in circa 10-15 minuti massimo.

La foto raffigura una TSOAG9 con il raccordo TST2-1-T2s e una camera QHY5L-II.

Se state valutando di passare alla guida fuori asse, vi consiglio fortemente questo tipo di configurazione, per la sua semplicità e velocità d’uso!

TLAPO804: la recensione di Claudio

Un nostro affezionato cliente ha preso il TLAPO804, il suo resoconto della prima serata osservativa, buona lettura!

“Ecco i primi risultati delle prove che abbiamo fatto con il piccolo killer TLAPO804 ,( chiamato il killer per aver strapazzato il fs78 in altri confronti definito in quelle occasioni il “cattivo”). Con il Coronado l’abbinamento è perfetto con un 20mm la visione completa del disco Solare con le protuberanze e alcune facole mostra una incisione e risoluzione notevole… spettacolare.

Ma il bello viene quando lo abbiamo messo a confronto con il Tak fs78 f8, puntato Venere nel TLAPO804 non vi è nessuna minima traccia di cromatismo un immagine che sembra simile a quella fornita da un newton f6, perfettamente bianca, cosa che non si può dire per il Tak che non è perfettamente immune dal peccato di lieve cromatismo. Poi puntiamo Giove la visione è sorprendente a 171x si vedono bene incise le due bande principali con alcune particolari formazioni più altre quattro o cinque bande più sottili e un bel transito di Io sul disco a memoria mi ricorda molto l’immagine che mi aveva a suo tempo impressionato fornita da Astro-Phisics 90 f5 il ( clandestino), anche qui il TLAPO804 batte il Tak per una migliore risoluzione dei dettagli. Pure la visione di, Saturno della bella e nera divisione di Cassini e della netta ombra degli anelli proiettata sul pianeta! e di tre delle sue lune, che dire? Un  appagante massaggio shatshu alla retina come la spettacolare separazione a 280x di delta Cygni ,epsilon Bootes,xi Bootes,Castore,Polaris et molte altre.

Tutto questo per confermare la mia grande soddisfazione per l’acquisto di questo piccolo concentrato di alta tecnologia ottica, e con le prime impressioni da semplice visualista, mi sento di dire che oggi non ha più senso spendere molti più € per acquistare Takahashi o Astro- Phisics (per quest’ultimo gioca anche l’incognita del tempo di consegna).
Grazie per la cordialità e a risentirci per nuove sensazioni e soprattutto immagini.”

Grazie a te Claudio e buone osservazioni!

Ortoscopici a confronto

Test ortoscopici: Takahashi Mc Abbe Ortho vs Kasai vs Baader Genuine Ortho + test su Giove tra C9 e TS ONTC 8” f/5

Da un po’ di tempo sono tornati di gran moda gli oculari ortoscopici, dopo una bella diffusione dei vari oculari a grande estrazione pupillare, che hanno avuto il pregio di rimediare ad uno dei principali difetti dello schema ortoscopico: la bassa estrazione pupillare. Invece ora in molti tendono a ricercare la massima prestazione, ed ecco che gli ortoscopici sono tornati sulla cresta dell’onda.

Io personalmente amo gli ortoscopici, perché preferisco sempre usare degli oculari ad alte prestazioni per concentrarmi meglio sui limiti dello strumento piuttosto che stare a capire se e quanto un oculare incide su quello che vedo. Usando molti strumenti diversi, era una scelta obbligata, ma che mi ha sempre ben ripagato.

Nella mia collezione personale ho i Kasai, i Baader Genuine Ortho (la prima versione, quelli fatti in Giappone) e i nuovi arrivati, i Takahashi Mc Abbe Ortho. Quindi tutte lenti di ottima fattura costruiti nel paese del Sol Levante.

I test li ho fatti a ripetizione sul soggetto che secondo me poteva sviscerare le piccole differenze tra i vari oculari: Giove. Grazie al basso contrasto superficiale ho ritenuto che fosse il soggetto ideale per capire i limiti dei vari modelli.

Telescopi usati: C9 (Nexstar Evolution 925) e TS ONTC 8” f/5 – anche il test di questi due strumenti merita un appunto a parte.

Primo round: Kasai 12.5mm VS Takahashi 12.5mm – strumenti usati: C9 e ONTC 8”

Il seeing non era male, ho iniziato ad osservare col C9 e con l’ONTC poi. Il Kasai si è rivelato un pelo più morbido del Takahashi, nel senso che nel Taka le bande erano disegnate in modo molto più netto, così come i vari festoni. La Grande Macchia rossa, in levata sul bordo del pianeta, si mostrava in modo spettacolare. Una differenza più rilevante è nella resa del colore: nel Kasai è più calda, mentre nel Taka è più fredda, più neutra. Il Takahashi si è rivelato superiore del 20-30% rispetto al Kasai. Riguardo il colore dell’immagine, la cosa è puramente soggettiva: la differenza la fa il gusto dell’osservatore, anche se ovviamente non è che il Taka cambi il colore delle cose, sono differenze che credo non si possano neanche notare senza una comparazione diretta. Invece una differenza ENORME l’ha fatta la comodità di osservazione: il Kasai con la sua forma a punta era TERRIBILMENTE scomodo, mentre il Taka, col suo paraluce molto corto, era davvero comodissimo e riparava anche bene dalle luci parassite (ho condotto il test in pieno centro città tra i lampioni). Una nota interessante è stato notare come il Taka venisse messo a fuoco in posizione ben più esterna rispetto al Kasai.

 

Secondo round: Baader Genuine Ortho 9mm VS Takahashi 9mm

Ho usato sempre il C9 e l’ONTC da 8”, le considerazioni su questi due strumenti le trovate in fondo al test.  Il Baader offre, come il Takashi, una buona comodità nell’osservazione, anche se la presenza di quel piccolo paraluce, quando si osserva in mezzo a luci parassite, l’ho trovata davvero comoda. A livello di resa cromatica il Baader si è comportato come il Kasai, offrendo immagini più calde rispetto a quelle più fredde del Takahashi. A livello di prestazione la differenza, sinceramente, c’è tutta. Se nel Baader si vedevano la seb e la neb, nel Takahashi si vedevano anche le altre bande minori, questo per dare un metro di paragone, ovviamente senza troppo sforzo. Il Takahashi focalizzava inoltre i satelliti in modo più efficace, raggiugendo così il corretto punto di fuoco più velocemente e con minor sforzo.

 

Terzo round: Baader Genuine Ortho 7mm VS Takahashi 6mm VS Kasai 6mm- C9 e ONTC 8”

La differenza tra questi tre ortoscopici è più evidente alzando gli ingrandimenti. Il Baader ed il Kasai fanno vedere bene (il Kasai un filo meglio, ma la scomodità la fa da padrona), mentre il Takahashi fa proprio vedere. I particolari sul disco del pianeta sono staccati in modo evidente, mentre negli altri due sono po’ più sfumati. Come sempre, ad alti ingradimenti, le differenze si vedono bene.

Conclusioni: sono tutti e tre dei buoni ortoscopici, solo che il Taka secondo me si è rivelato un eccellente ortoscopico. Non solo per le qualità ottiche che rispecchiano in pieno il blasone del marchio, ma anche la costruzione dimostra una bella cura progettuale: quel piccolo paraluce mi ha aiutato non poco durante le osservazioni, nel ripararmi dalle luci parassite (leggasi lampioni) che avevo intorno. Il Takahashi mette a fuoco più esternamente rispetto agli altri ortoscopici, può fare piacere a chi ha bei problemi di backfocus.

Considerazioni sul C9 e sull’ONTC da 8” f/5: entrambi due ottimi strumenti. Il C9, come sempre, quando usato in modo proprio, dice la sua. Mi ha stupito l’ONTC invece: i particolari mostrati erano gli stessi del C9, ma proprio gli stessi! D’altronde l’ONTC ha ottiche selezionate al banco ottico e la qualità costruttiva è nettamente migliore rispetto ad un newton cinese..avrei molte altre considerazioni, ma direi che meritano un articolo a parte!